260/a seduta pubblica resoconto sommario e stenografico
PASTORE (FI). Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, credo sia da tutti condiviso che il tema della sicurezza, dell'oggi e del domani, sia centrale per i nostri concittadini. Non parliamo della sicurezza legata alla criminalità organizzata, che pure produce danni e perversioni, anche morali, nel nostro tessuto economico, istituzionale e di vita quotidiana. Parliamo della sicurezza legata a quei piccoli fatti, a quei piccoli atti che violentano, in maniera simbolica o in modo materiale e diretto, la nostra parte più intima, la nostra casa, la nostra famiglia, il nostro luogo di lavoro, nei confronti dei quali il cittadino ha una sensazione di frustrazione maggiore rispetto a quanto accade per i grandi fenomeni criminali. Probabilmente, da un lato, egli ritiene che certi fatti possano essere più facilmente controllati rispetto ai grandi fenomeni criminali; dall'altro, nutre una maggiore preoccupazione perché si sente completamente indifeso, pur in presenza di mezzi e modi per migliorare e realizzare questa tutela.
Il problema della sicurezza è un problema nazionale ed è anche divenuto un problema popolare, nel senso che riguarda il popolo nella accezione più ampia del termine. Non riguarda più soltanto i ceti agiati o i possessori di redditi e patrimoni elevati, ma colpisce indistintamente tutti i cittadini. Non è un caso che in tutte le città - in particolare quelle guidate dal centro-sinistra, ma non solo - compresa Roma, si sia scoperto questo fatto nuovo che preoccupa e colpisce anche i ceti popolari.
I campi abusivi, le baraccopoli non si vedono certamente a Piazza Navona, però sono presenti nei quartieri più popolari. Questo fatto dovrebbe unire tutte le forze politiche parlamentari, al di là delle posizioni ideologiche, a considerare il problema sicurezza come un problema di tutti. Mi sembra invece che anche in questo campo si evidenzino degli steccati ideologici, se si considera che in questo anno e mezzo di vita la risposta del Governo non ha aumentato il livello o la sensazione di sicurezza, ma l'ha drasticamente ridotto. Questo Governo è nato - glielo ricordo signor Ministro - con l'intenzione di abolire o modificare radicalmente la legge Bossi-Fini con un disegno di legge attualmente all'esame dell'altro ramo del Parlamento, certamente non più rigoroso e severo dell'attuale legislazione. Anzi, noi riteniamo che una serie di atti di Governo e parlamentari abbiano effettivamente prodotto il risultato di una maggiore insicurezza. In ogni caso, si tratta di provvedimenti che hanno dato l'impressione di voler abbassare la guardia di fronte a fenomeni criminali che provengono soprattutto dagli extracomunitari per lo più entrati clandestinamente.
Adesso si evidenzia una novità che credo non sia il caso di sottovalutare. I nostri concittadini non si sarebbero mai aspettati di dover fare i conti con una criminalità non legata ad extracomunitari entrati clandestinamente ma a comunitari, cittadini dell'Unione Europea verso i quali si è determinata una politica di ingressi e di mancanza di controlli sul territorio che rende ancora più preoccupanti i fenomeni criminali collegati a queste popolazioni.
Ministro Amato, ricordo quando lei venne in Senato, presso la Commissione affari costituzionali, per riferire sulla nuova politica relativa alla sicurezza. A quell'incontro ne sarebbe dovuto seguire un altro, ma così non è stato. Si sono susseguiti invece altri atti criminali, anche derivanti da vicende collegate a questa realtà, per cui abbiamo salutato con favore il momento in cui il Governo, nella persona del ministro Amato, ha annunciato di voler presentare il pacchetto sicurezza.
Ma perché questo ritardo nel presentare il pacchetto sicurezza? Evidentemente, perché nel centro-sinistra vi è una frattura tra il permissivismo, il buonismo, il lassismo della sinistra radicale e un maggior senso di responsabilità della parte più moderata della coalizione di centro-sinistra.
Vi è stata la presentazione di questo pacchetto, tra l'altro non votato dai Ministri della sinistra radicale; improvvisamente, qualche giorno dopo, a seguito di quell'orribile delitto avvenuto a Roma, una parte di questo pacchetto si traduce in un decreto legge. Vi è stata una sorta di resipiscenza da parte dei Ministri della sinistra radicale, che votano quel provvedimento in Consiglio dei ministri (o almeno così sembra) ma poi, una volta che il 1° novembre il decreto-legge è pubblicato, scatenano il putiferio. Evidentemente, riemergono quelle sensibilità e quelle ideologie di tutela a tutti i costi di chi è ritenuto, spesso a sproposito, come il più debole, utilizzando una terminologia e delle espressioni da ritenersi offensive da parte del Governo.
Ministro Amato, secondo alcuni questo decreto autorizza le deportazioni! Esponenti dell'opposizione interna del centro-sinistra parlano di cause di espulsione riferite a tutti i cittadini extracomunitari, rumeni in questo caso, che prescinderebbero dalla responsabilità personale, come se ciò fosse mai possibile! Come potrebbe ritenersi possibile che una nostra legge, firmata dal Presidente del Consiglio, dal Ministro dell'interno, controfirmata dal Ministro della giustizia e autorizzata dal Presidente della Repubblica, contenga cause di deportazione e di espulsione non collegate al comportamento dei singoli individui? Questo è il messaggio passato attraverso i giornali della sinistra, che ha avvelenato il dibattito.
La posizione del centro-destra è sempre stata molto chiara: noi riteniamo che il decreto-legge sia intervenuto in ritardo e che (anche se da subito era possibile verificarne l'inefficacia) alla prova dei fatti sia un decreto-legge assolutamente inefficace.
Noi vogliamo onorare e rispettare i limiti e i binari della normativa comunitaria. La differenza tra la nostra posizione, che ritengo sia anche quella di buona parte della maggioranza di centro sinistra, e la posizione della sinistra radicale sta nella nostra volontà di ricavare dalla normativa comunitaria, in un momento di emergenza, tutti gli spazi utilizzabili per arginare questo fenomeno e indirizzarlo verso soluzioni di maggior tranquillità generalizzata. La sinistra radicale, al contrario, vuole perseguire la sua politica di lassismo e buonismo a tutti i costi.
Anche dagli emendamenti emergono queste posizioni. Pertanto, mi auguro si possa arrivare ad una convergenza e ad una maggiore serietà di questo decreto legge.
PASTORE (FI). L'emendamento 1.27 ha una portata rilevante e si compone di tre parti. Una prima parte è costituita dai commi 01 e 04, che prevedono che i redditi del cittadino comunitario debbano provenire da fonti lecite e dimostrabili, il che è però stato accolto dall'emendamento 1.302 del Governo, sul quale possiamo convergere espungendo dall'emendamento tali commi. Il cuore di questo emendamento è però costituito dai punti 02 e 03. Vorrei che i colleghi prestassero un attimo di attenzione, perché tali commi sono il frutto di un'attenta riflessione sui contenuti della direttiva e sui princìpi accolti anche nella nostra legislazione interna, che non possono discostarsi da alcuni elementi. Il primo è che fino a tre mesi di soggiorno al cittadino comunitario non può essere richiesto alcun obbligo particolare di registrazione o quant'altro. Dopo questo periodo di tre mesi, però (come è noto), il cittadino comunitario ha l'obbligo di iscriversi nella nostra anagrafe, indicando, tra l'altro, anche la dimora, come già prevede il decreto legislativo oggi vigente.
L'emendamento prevede che nel caso in cui il cittadino non abbia chiesto l'iscrizione entro i 10 giorni, la sua mancata iscrizione, che è obbligatoria per ragioni di tutela dell'ordine pubblico o della pubblica sicurezza, può determinare e determina l'espulsione e l'allontanamento immediato del soggetto dal territorio dello Stato.
Il Ministro, poc'anzi, nella sua replica ha svolto una osservazione abbastanza infondata, ritenendo che l'iscrizione anagrafica non rappresenti e non possa rappresentare ragione di tutela di pubblica sicurezza, ma qualcosa d'altro.
Chiedo allora al Ministro quanto segue. L'anagrafe per che cosa esiste? Esiste forse per assolvere alla curiosità dello Stato di sapere dove abitano e dimorano i propri cittadini e loro famiglie, dove hanno sede gli uffici od altro, o piuttosto perché a questa conoscenza sono collegate situazioni, ragioni sostanzialmente di pubblica sicurezza, in quanto è interesse di pubblica sicurezza sapere dove abitano i propri cittadini? E se la ragione è quest'ultima, perché ragioni di pubblica sicurezza valgono per i cittadini e non possono valere per i cittadini comunitari? Per quale ragione si chiede la registrazione a chi è ospitato in un albergo o a chi chiede ospitalità in un camping? Perché abbiamo delle pruderie voyeuristiche da soddisfare o perché ragioni di pubblica sicurezza richiedono che chiunque (cittadini italiani, comunitari ed extracomunitari) alloggi in strutture del genere debba registrarsi, affinché sia consentito un controllo di pubblica sicurezza sulla permanenza sul territorio italiano?
Aggiungo, ministro Amato: per quale ragione, all'indomani dell'assassinio di Aldo Moro fu approvato un decreto-legge, tuttora vigente, che fa obbligo a chiunque consegni le chiavi di un fabbricato, in qualsiasi cosa consista questo fabbricato (lo consegni a titolo di vendita, donazione, locazione o addirittura prestito gratuito), di comunicare entro 48 ore all'autorità di pubblica sicurezza i dati del consegnatario, dell'acquirente, dell'inquilino, con gli estremi del documento d'identità, pena una salata multa, una salata sanzione di carattere penale e di natura contravvenzionale? È per effettuare rilievi statistici o per motivi di pubblica sicurezza?
Allora, perché non possiamo prevedere che la mancata iscrizione, prevista dalla legge di attuazione della direttiva, nelle nostre anagrafi, nel caso sia carente, sia motivo di mancata tutela della pubblica sicurezza e quindi possa dar luogo all'allontanamento immediato? Mi aspetto una risposta dal Ministro.
Vorrei poi aggiungere all'osservazione del Ministro, che faceva riferimento alla presunzione prevista nel comma 3 dell'emendamento 1.27, in cui si presume che il cittadino dell'Unione che non abbia fatto questa dichiarazione sia entrato nel nostro territorio tre mesi prima della verifica di questo fatto, che comunque si tratta di una presunzione semplice perché resta salva la prova contraria. Quindi, il combinato disposto di queste due norme dovrebbe consentire una maggiore salvaguardia delle ragioni di ordine pubblico.
Invece, l'emendamento del Governo, che sembra porre a carico del cittadino comunitario un obbligo analogo, è in realtà semplicemente la classica foglia di fico perché non costituisce un obbligo ma prevede solo la possibilità per il cittadino comunitario di registrarsi al momento dell'ingresso e comunque non collega a questa mancata registrazione nessuna ragione di tutela della pubblica sicurezza, il che non cambia nulla sul terreno del provvedimento che si possa adottare.