Pescara, li 14 marzo 2009
A Sua Eccellenza
Mons. Tommaso Valentinetti
Arcivescovo della Diocesi di Pescara - Penne
Monsignore Illustrissimo,
con mio grande rammarico non potrò partecipare all’incontro che con elevata sensibilità ed opportunità Ella ha organizzato oggi, per presentare il documento della Conferenza Episcopale Regionale d'Abruzzo e Molise, essendo impegnato alla stessa ora quale relatore in un Convegno fissato con largo anticipo rispetto al Suo graditissimo invito.
Certamente non può sfuggirmi che tale documento, da me conosciuto per grandi linee grazie alle notizie di stampa, testimonia un profondo, profondissimo disagio molto diffuso tra tutti i cittadini, credenti in primis, nei confronti della politica e dei suoi interpreti. Indica, inoltre, una grande preoccupazione di tutto il clero, non solo per il rischio di distacco dai valori morali nella soluzione delle grandi questioni che da sempre, ma soprattutto in questi giorni, coinvolgono la politica, ma soprattutto per il significato ed il valore della politica stessa, troppo spesso male interpretata ed applicata.
Nell’operare quelle scelte che è chiamato a compiere, chi è stato eletto dai cittadini ha il dovere di individuare, tra le varie possibili opzioni, quella più utile alla comunità e non ad interessi particolari, spesso confliggenti con quelli generali, quando, addirittura, non si tratti di meri interessi personali o di gruppi ristretti.
Non possiamo, inoltre, nasconderci che è diffusa una esigenza di legalità che, se non soddisfatta, farebbe aumentare a dismisura il distacco tra cittadini e classe politica, rischiando, così, di far precipitare il nostro Paese in una crisi morale, economica ed istituzionale ancora più profonda: senza legalità non vi può certo essere moralità.
Il rispetto delle leggi poste a presidio delle attività pubbliche costituisce una precondizione per ogni discussione sulla questione morale. Certamente la osservanza delle norme è connaturata in chi ha una forte coscienza morale ma è altrettanto vero che il sistema politico-istituzionale deve contenere in sé gli anticorpi per allontanare i disonesti e per impedire che gli onesti divengano disonesti.
Vi è certamente, in primo luogo, la responsabilità dei partiti, di tutti i partiti, che non selezionano adeguatamente la propria classe dirigente e non si danno regole rigorose, la mancanza delle quali autorizza la nascita di aspettative in chi, nell’entrare in politica, confonde le proprie, legittime ambizioni con il conseguimento di prebende ed appannaggi di varia natura. Peggio ancora, come una sorta di autorizzazione a seguire un percorso privilegiato per ottenere posti di lavoro o sistemazioni di comodo, in dispregio delle regole, della meritocrazia e della necessità di contenere la spesa pubblica che ricade su tutti i cittadini.
Vi è poi la responsabilità di chi, avendone ricevuto mandato nelle istituzioni, non sa o non vuole operare riforme di un sistema politico-istituzionale che non è esagerato definire alla deriva: a causa di una pessima interpretazione del concetto di federalismo e di rispetto delle autonomie locali, è stata cancellata ogni forma di controllo sugli atti delle Regioni e degli Enti locali, con ciò di fatto riservando solo alla magistratura amministrativa e penale, il controllo a posteriori, per lo più assente o, nel migliore dei casi, tardivo, sulla legittimità degli atti amministrativi, affidandone i controlli interni ad organi nominati dagli stessi controllati.
Inoltre, la farraginosità dell’attività pubblica, la sua dimensione elefantiaca, oltre che incidere pesantemente sull’economia dell’intero Paese, producono spesso forme di favoritismo se non di vera e propria corruzione.
La diffusa presenza, poi, di enti che nella forma sono privati (società di vario tipo, fondazioni etc.) ma che sono sostanzialmente pubblici, consente di eludere il rispetto delle regole fissate a tutela della cosa pubblica (ad es. in tema di assunzioni o di contratti, appalti etc.) senza aggiungere nulla, come l’esperienza insegna, in termini di efficacia e di efficienza, anzi spesso aggravando ancora di più i conti pubblici. Ed ancora la tendenza, al di là delle dichiarazioni di facciata, ad ampliare la presenza invasiva della mano pubblica, determina l’aumento a dismisura di centri di spesa e di centri di potere, a discapito di iniziative che, invece, potrebbero essere svolte con ben maggiore funzionalità e rendimento direttamente dai cittadini, singoli o associati, secondo una corretta applicazione del principio di sussidiarietà che privilegia la società, in tutte le sue forme, rispetto allo Stato.
Ma vi è anche una certa responsabilità della cd. società civile, pronta ad indignarsi, e giustamente, quando emergono episodi di malaffare, ma che poi non disdegna, anzi reclama favori, chiede pubblici interventi anche nel campo privato, vede nell’impiego delle risorse a disposizione del sistema politico un mezzo per conseguire privilegi piuttosto che un’occasione per svolgere attività utili alla collettività. L’elenco potrebbe estendersi a dismisura, ma rappresenterebbe solo una mera lamentazione se non si prospettassero alcuni rimedi, attraverso cui coinvolgere tutti, ed in primo luogo la classe politica.
Spetta certamente ai Partiti darsi delle regole che garantiscano la selezione interna e soprattutto la trasparenza delle scelte che i loro dirigenti sono chiamati a compiere in occasione ed a seguito delle competizioni elettorali.
Sarebbe necessario, allora, che il legislatore nazionale e quello regionale rendessero operanti una serie di controlli sulle attività degli Enti locali e regionali per far sì che esse non dipendano dalla volontà o dalla compiacenza degli stessi controllati. E’ necessario, infine, che la politica provveda a sfoltire ed eliminare gli Enti inutili, sopprimendoli e riattribuendo agli amministratori pubblici le proprie responsabilità, liberando così i cittadini, le famiglie, le imprese dall’invadenza della presenza pubblica. Occorre, invece, potenziare gli strumenti che consentano ai contribuenti di indicare direttamente i soggetti da sostenere nel campo della cultura, del sociale, del “non profit”, generalizzando l’uso del modello 8 per mille.
Si porrebbe fine, così, a quel sistema di contributi a pioggia che rende dipendente dal capriccio o dall’interesse di questo o quel personaggi politico, la persistenza di attività che, invece, dovrebbero essere valutate soprattutto dai cittadini che se ne avvalgano o che le reputino meritevoli di tutela.
Queste sono alcune delle considerazioni che avrei voluto esporre se mi fosse stato possibile essere oggi presente e che affido alla Sua benevola attenzione e valutazione, formulando a Lei ed a tutti i presenti gli auguri di buon lavoro.
Suo
Sen. Andrea Pastore